embroider / broder / sticken / ricamare

Mia nonna, nel tempo libero, ricamava. Ricordo che, per realizzare alcuni disegni, erano necessarie settimane di pazienza, ago e filo su e giù attraverso la tela. Erano regali per parenti e amici, alle volte – iniziando a lavorare con largo anticipo – realizzava ricami per eventi speciali: una nascita, un matrimonio. Certo era una questione di abilità manuale, di gusto estetico, potremmo discutere se arte oppure semplice decorazione, ma soprattutto: un gesto che aveva a che fare con l’impiego del tempo che ci è dato; tra il “poteva essere speso diversamente” e il “niente di meglio che questo gesto, che non è altro che se stesso: trasformare, con il proprio tempo, una cosa in un’altra, per il semplice piacere di farlo, e per il piacere di chi la riceverà”. Oggi più che mai, come artista, mi confronto con lo stesso problema: il tempo, il perché, con che cosa, a quale scopo, e quali contenuti ho a disposizione, e la velocità del mondo e quella che serve a creare. Ciao nonna, è anche stato merito tuo.

embroider / broder / sticken / ricamare è un progetto che unisce la tecnica antica del ricamo alla comunicazione attuale dei nuovi media e ai suoi luoghi comuni
Roccioletti 2017

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Scatti in avanti – 7 di 16

La fotografia carina, che si mette sui social per un subitaneo godimento estetico, è un modo per dire al mondo: io mi identifico con questo sentimento, con questa logica, oppure con questa appartenenza ad un determinato gruppo. Non vi dà fastidio sapere che – quando mettete un like ad un prodotto commerciale – i vostri amici potrebbero vedere sulle loro bacheche la pubblicità dello stesso, preceduto dalla dicitura: “A Tizio e altre tot persone piace questo”, laddove Tizio siete voi? Un prodotto che parla a nome mio, che usa il mio nome senza un euro in cambio. Non sono più il destinatario della pubblicità, sono diventato la pubblicità.

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Nessuno escluso

Secondo la dottrina del Buddhismo, il koan è un breve componimento letterario che aiuta la meditazione grazie al suo contenuto paradossale. Immaginare che Facebook chiuda (e relative conseguenze) è un buon koan, anche se per nulla paradossale: non è specificato da nessuna parte (a cominciare dalla licenza d’uso che ciascuno di noi ha sottoscritto al momento della sua iscrizione) che Facebook abbia l’obbligo di preservare se stesso e, di conseguenza, di salvaguardare i nostri dati. Tutto il materiale caricato lì andrebbe perso irrimediabilmente – davvero avete una copia di tutte quelle fotografie? – si dovrebbe trovare un altro modo per contattare molti amici, a patto di ricordarseli tutti; assisteremmo ad una delle più grandi migrazioni della storia umana… verso nuovi social networks.

Più facile, forse, immaginare un Facebook senza di noi. Il nostro profilo abbandonato, l’ultimo status che prende polvere, pubblicità non cancellate sulla bacheca, le notifiche che si accumulano a decine, centinaia, migliaia…

E questo, credetemi, accadrà a tutti, nessuno escluso.

 

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“Two placebos are better than one.”
Installazione: found objects, acrilico, plastica, cartone.
Andrea Roccioletti 2015.

 

Ottanta milioni di immagini al giorno.

Ottanta milioni di immagini al giorno. 560 milioni di immagini alla settimana. 2 miliardi e 240 milioni di immagini al mese. 26 miliardi e 880 milioni di immagini all’anno. Se volessimo guardare tutte queste immagini, e dedicassimo a ciascuna di esse solo 1 secondo, servirebbero circa 7 milioni e mezzo di ore, cioè: 856 anni. Questo conteggio vale solo per le fotografie caricate su Instagram, quindi senza considerare quelle “postate” su Facebook, Google+, Twitter, Flickr, Picasa. Ancor prima di un’educazione all’uso – alle dinamiche tecniche e sociali – della Rete, non possiamo dire che di pari passo sia cresciuta l’educazione allo sguardo: sia per chi scatta, sia per chi guarda. Consideriamo anche che educare allo sguardo significa educare al pensiero. Mi chiedo inoltre se, da un lato, la nostra natura neurologica sia adatta a processare un numero di immagini sempre maggiore, e dall’altro se non sia in atto una qualche trasformazione evolutiva di cui non siamo consapevoli, generazione dopo generazione. Per quella parte di popolazione mondiale che ha accesso alla Rete, ovviamente. E l’altra?

Quando il (popolo) bue dà del cornuto all’asino (artista).

Se un utente sceglie accuratamente le fotografie migliori di sé da pubblicare su un social, se scrive di sé solo ciò che lo mette in una bella luce, se costruisce di se stesso un’immagine infiocchettata e vincente, allora nessuno fa obiezioni. Ma se un utente decide di trasporre su un social tutta la sua vita intera – quale essa è, con tutte le sue sfumature, le piccolezze, gli inestetismi, i vicoli ciechi – allora gli altri utenti lo criticano, dicendo che è un egocentrico, uno che passa tutto il suo tempo davanti ad una tastiera. E’ come se costui avesse infranto una regola non scritta del gioco: sui social si costruiscono identità, non si devono replicare così come esse sono nella realtà al di fuori dello schermo. Applicando questo concetto al mondo dei creativi: sui social un artista deve sapersi presentare e promuovere. Ma queste sono competenze dei nostri giorni fatti di centri commerciali e pubblicità, e nulla hanno a che vedere con la ricerca artistica, che è fatta anche, se non soprattutto, di sbagli. Si può “fare arte” e allo stesso tempo fare attenzione a non infrangere le regole del marketing?

(Ringraziando Michela per la riflessione condivisa)