eventopubblico

La performance prevede che un certo numero di persone diventi “pubblico”, ma in un luogo dove di solito pubblico non ce n’è e non è previsto che ce ne sia. Le sedie verranno sistemate a guisa di platea, con i partecipanti seduti, ma il luogo sarà all’aria aperta. Verranno scattate alcune fotografie della performance e verrà registrato un filmato. Il pubblico, quindi – al centro di tanti dibattiti sulla sua partecipazione, sulle strategie di marketing per muoverlo, etc – diventa esso stesso il soggetto della performance, e l’assenza del focus sul quale il pubblico dovrebbe concentrarsi (uno spettacolo, un film etc) ne sottolinea questo aspetto estraniante. Sarà anche interessante osservare le reazioni dei passanti.

 

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Se una delle questioni da affrontare per un performer è convogliare pubblico ai suoi lavori, questa performance ribalta il concetto di partecipazione: c’è stato solo pubblico, alla performance, invitato a compiere nel modo più naturale possibile l’atto di prendere posto e assistere ad una performance che non c’era, perché la performance “era” il pubblico. L’azione è stata ripresa da diverse angolazioni, sia nella sua versione a più partecipanti, sia nella sua messa in atto di un singolo spettatore. La visione “scientifica” e “analitica” di un fenomeno viene così riproposta, analizzata, fin dalle sue prime battute: mettere insieme un gruppo cospicuo di pubblico che dovrà partecipare ad un “niente” programmato, come comuncarglielo, la scelta del luogo: un parco, il luogo di passaggio e di “perdita di tempo a scopo di relax” troppo spesso incastrato tra mille incombenze. Le sedie stesse diventano un ready-made da far vivere in una funzione per la quale non sono previste: oggetti dove consumare la propria attesa, ma in attesa di un niente che rende l’attesa stessa il centro della performance.

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Thanks to

Rossella Ferrero
Vincenzo Bruno
Angela Conversano
Michele Di Erre
Marta Di Giulio
Teresa Ribuffo
Olga Sosnovskaja
Vanessa Aci Rainbow
Jasmine Salah
Jacopo Della Rocca
Fabrizio Corona

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Nessuno escluso

Secondo la dottrina del Buddhismo, il koan è un breve componimento letterario che aiuta la meditazione grazie al suo contenuto paradossale. Immaginare che Facebook chiuda (e relative conseguenze) è un buon koan, anche se per nulla paradossale: non è specificato da nessuna parte (a cominciare dalla licenza d’uso che ciascuno di noi ha sottoscritto al momento della sua iscrizione) che Facebook abbia l’obbligo di preservare se stesso e, di conseguenza, di salvaguardare i nostri dati. Tutto il materiale caricato lì andrebbe perso irrimediabilmente – davvero avete una copia di tutte quelle fotografie? – si dovrebbe trovare un altro modo per contattare molti amici, a patto di ricordarseli tutti; assisteremmo ad una delle più grandi migrazioni della storia umana… verso nuovi social networks.

Più facile, forse, immaginare un Facebook senza di noi. Il nostro profilo abbandonato, l’ultimo status che prende polvere, pubblicità non cancellate sulla bacheca, le notifiche che si accumulano a decine, centinaia, migliaia…

E questo, credetemi, accadrà a tutti, nessuno escluso.

 

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“Two placebos are better than one.”
Installazione: found objects, acrilico, plastica, cartone.
Andrea Roccioletti 2015.

 

“As parlu”

Quando mia nonna voleva dire che due erano fidanzati usava un’espressione dialettale molto particolare: “as parlu”, cioè, tradotto letteralmente, “si parlano”.

Il termine “parlarsi” aveva due chiavi di lettura: la prima, immediata, sottolineava come la relazionalità passasse per la parola, attraverso il dialogo; la seconda, metaforica, dove “parlarsi” rappresentava anche tutto quello che – per la cultura del tempo – non si poteva esprimere direttamente, ma solo sottintendere: il gioco di sguardi, darsi la mano, baciarsi.

L’espressione “as parlu” – che si accompagnava anche ad un ammiccamento delicato, un linguaggio non verbale sottolineato magari da un sorriso – era accresciuta di significato, nel rimando da un lato tra la parola e il modo di pronunciarla, dall’altro tra l’oggetto del discorso e il modo di raccontarlo. Quando è arte? Una buona risposta potrebbe essere questa: quando l’opera e il suo pubblico “as parlu”.

 

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Punto primo.

Sarà capitato anche a voi di scoprire, parlando con un amico, che molte cose che voi davate per scontate (perché le avete pubblicate sui social) non sono state affatto viste da lui. La sensazione è strana. Fastidiosa, ma sana: perché ci porta a considerare che il pubblico a cui parliamo è un pubblico, molto spesso, immaginato: c’è nella nostra mente, ma – a meno che non dia “segni di vita” online, e interagisca – soltanto la nostra presunzione oppure la nostra malriposta fiducia nei social ci possono far credere che abbia veramente visto (ancor prima di aver compreso) quanto abbiamo reso “pubblico”. La colpa non è sempre dell’amico: i logaritmi di “apparizione” dei social non sempre fanno sì che quanto abbiamo appena scritto compaia sul flusso di post dell’altrui computer. Se poi usiamo piattaforme per la condivisione incrociata (IFTT, per esempio) la cosa è ancora meno sicura: Facebook, ad esempio, predilige i contenuti “creati” sul suo social, e quanto viene ricondiviso automaticamente da altri social compare meno.