Pay-per-view Art

Il Pay-per-view non è nato, come molti credono, negli USA alla fine degli anni settanta, quando la squadra di basket dei Portland Trail Blazers adottò questa formula dopo aver vinto il campionato, bensì almeno una ventina di anni prima, a Roma, e nello specifico nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Qui infatti sono custodite tre opere di Caravaggio dedicate a San Matteo: i dipinti però non sono illuminati. Per poterli osservare occorre far cadere una monetina nella cassetta delle offerte, e i faretti puntati sui quadri si accendono. Questo sistema venne poi replicato in altre chiese, anche all’estero, in particolare nel sud della Francia. Conviene essere in tanti a visitare il luogo sacro: se si è da soli, una monetina per cinque minuti di luce; se si è in comitiva, si approfitta anche dei faretti pagati dagli altri. Sto pensando ad una conclusione per queste quindici righe, ma altro non mi viene se non: per leggere il finale di questo articolo, fate un bonifico sul conto numero…

Quando il (popolo) bue dà del cornuto all’asino (artista).

Se un utente sceglie accuratamente le fotografie migliori di sé da pubblicare su un social, se scrive di sé solo ciò che lo mette in una bella luce, se costruisce di se stesso un’immagine infiocchettata e vincente, allora nessuno fa obiezioni. Ma se un utente decide di trasporre su un social tutta la sua vita intera – quale essa è, con tutte le sue sfumature, le piccolezze, gli inestetismi, i vicoli ciechi – allora gli altri utenti lo criticano, dicendo che è un egocentrico, uno che passa tutto il suo tempo davanti ad una tastiera. E’ come se costui avesse infranto una regola non scritta del gioco: sui social si costruiscono identità, non si devono replicare così come esse sono nella realtà al di fuori dello schermo. Applicando questo concetto al mondo dei creativi: sui social un artista deve sapersi presentare e promuovere. Ma queste sono competenze dei nostri giorni fatti di centri commerciali e pubblicità, e nulla hanno a che vedere con la ricerca artistica, che è fatta anche, se non soprattutto, di sbagli. Si può “fare arte” e allo stesso tempo fare attenzione a non infrangere le regole del marketing?

(Ringraziando Michela per la riflessione condivisa)