Sfacebook – pulsante, pulsante

“Dire che si è online solo quando immaginiamo di accedere alla Rete è un modo obsoleto di considerare l’individualità in un mondo digitale e artificiale. Anche se non siamo online, in realtà, i nostri dati e algoritmi continuamente alimentano e modificano profili, preferenze e probabilità, nostri e altrui. Il filosofo dell’informazione Luciano Floridi ha introdotto il neologismo onlife per significare che la dicotomia online/offline è oramai superata.” – da “Il mondo dato”, di Cosimo Accoto, edizioni Egea.

Se scrivo la parola amicizia, nella mente di chi legge si accendono vari significati e rimandi: alcuni che derivano dalla storia personale, dai propri ricordi; altri condivisi, dalla cultura di appartenenza; altri ancora che hanno il colore blu di Facebook. Questo ultimo lampo semantico non avviene in chi Facebook non lo conosce (chi ha ancora i nonni lo sa), non accade in tutti coloro che non hanno accesso alla Rete (4,2 miliardi di persone, clicca qui per il documento “Digital Dividends 2016” con le statistiche di ogni paese), al contrario si manifesta in una certa misura nel mio cranio e in quello dei miei coetanei, che hanno visto la nascita e l’evoluzione di questo e altri social, e molto probabilmente avverrà per una percentuale sempre più significativa nelle nuove generazioni.

Se diverse generazioni e culture si parlano, e nel loro dialogo spunta l’idea di amicizia, saranno concetti solo parzialmente condivisi, se non del tutto diversi. In fondo questo è sempre avvenuto: ogni generazione è di mezzo, di passaggio tra diverse epoche, dense di trasformazioni di senso, e in contatto con portatori di significati diversi, sia caldi (esseri umani) che freddi (un libro, un film). Sta a noi afferrare le implicazioni dei cambiamenti dei significati sulla freccia del tempo, e nel contatto con l’altro; sarebbe auspicabile riuscire a traghettare alle generazioni successive il buono che, a fatica, si può trarre da queste trasformazioni.

Ogni concetto, per circonferenze concentriche, ha tutta una serie di significati: per via del periodo storico in cui viviamo, per l’area geografica e sociale in cui ci troviamo, per la cultura che ci è propria, per l’ambiente familiare in cui siamo cresciuti, per la nostra storia personale; una serie di increspature sulla superficie di un lago, al centro delle quali il sasso che qualcuno ha lanciato non si vede più, è sceso nel profondo, come l’io; non solo, ma le varie aree delle circonferenze sono osmotiche, e si compenetrano.

Su Facebook avevo 5000 amici, che potrei dividere in varie categorie: quelli che non ho idea di chi siano; quelli dei quali ho visto qualche volta un post oppure una fotografia; quelli con i quali ho stretto una certa familiarità – per affinità di interessi, scambiandoci commenti – e quelli che conosco di persona. Quanti contatti esclusivamente biologici ho avuto, da quando ho sospeso il mio profilo, con persone che erano anche presenti su FB? Provo a contarli. C’è l’amico fotografo, che fa il taxista e so dove si ferma e sono andato a salutare; ci sono i miei colleghi di lavoro; ho avuto ospiti a casa mia cinque amici, due dei quali sono miei parenti.

C’è un racconto intitolato “Button, button” di Richard Matheson, nel quale un misterioso personaggio offre ad una coppia una scatola con un pulsante: se lo premeranno, verrà consegnato loro un milione di dollari, ma da qualche parte nel mondo uno sconosciuto morirà. Non svelo altro, perché il rischio spoiler è altissimo (da questo racconto è stato anche tratto un film intitolato The Box – 2009, Richard Kelly). Ci sarebbero molte cose da scrivere a proposito di questo dilemma morale (e c’è un precedente, quello di Freud che durante una conferenza propose al suo uditorio il caso di un ipotetico mandarino cinese, la cui morte avrebbe portato grandi vantaggi a chi avesse accettato di ucciderlo, solo con la propria forza di volontà, e con la certezza di non essere mai scoperto). Nel mio caso, invece, la riflessione è sul concetto di persone che conosco.

Si apre un abisso. Affermare di conoscere qualcuno potrebbe essere il tema di mille e mille altre pagine, e da quando l’uomo ha iniziato a formulare pensieri – insieme all’amore, alla morte – è un dilemma che ha offerto spunti per l’arte, la musica, la letteratura. Ed è probabilmente un dilemma irrisolvibile, anche perché noi stessi – e la conoscenza del sé – variamo nel tempo, e quindi anche l’approccio e l’idea che abbiamo degli altri dentro di noi. Vorrei scrivere che in fondo c’è una sorta di orizzonte degli eventi oltre il quale non ci si può spingere, attratti dalle forze gravitazionali delle contingenze della vita di tutti i giorni e delle regole di questa parte di universo, e che da un certo punto in poi è un atto di fede, la conoscenza – e quindi la fiducia, nell’altro e nella comunicazione.

E’ come decidere di ingoiare un porcospino: quando inizi un percorso di conoscenza profonda del sé – nei suoi vari aspetti, molto spesso territori così diversi da non dialogare tra di loro, quello psicologico, quello neurologico, quello metafisico – non puoi che continuare a mandare giù il porcospino finché non l’hai digerito tutto. E nel frattempo la vita ti scorre attorno. E forse non c’è fine al porcospino.

Interfacciarsi – relazionarsi, forse è più corretto e meno freddo – con identità esclusivamente biologiche, e non in parte – oppure in toto – digitali presuppone tutta una serie di regole del gioco molto diverse. Un esempio pratico, che riguarda il mio ambito. Se oggi voglio provare ad esporre alcune mie opere a Roma, gironzolo sul web, cerco siti e contatti, leggo i testi descrittivi dei vari spazi a disposizione, scrivo una mail, cerco i profili di chi gestisce questi spazi su Facebook, mi metto in comunicazione con loro da lì. Accedo ad un sapere – ad una certa quantità di informazioni – fredda, ferma. Con alcune regole sottostanti: l’algoritmo di visibilità, l’aggiornamento delle medesime informazioni nel tempo, la struttura visiva su uno schermo.

Il rapporto con informazioni contenute su un supporto biologico è ovviamente molto diverso. Altre regole: chi detiene queste informazioni può essere triste, felice, distratto, posso stargli simpatico oppure no. Se voglio esporre in una galleria a Roma ma non voglio usare la Rete (fino a poco tempo fa era così), potevo andare a Roma e cercare gallerie ed entrare a parlare con chi le gestiva, oppure chiedere qui, dove sono i miei piedi, se qualcuno a Roma c’è stato, e sa dirmi. E tutto questo in un rapporto, in un dialogo, che è fatto anche di linguaggio non verbale, che in Rete non è tra le regole sottostanti alla ricerca e all’ottenimento di informazioni.

La questione centrale quindi è: nel mio relazionarmi con identità non del tutto biologiche, quindi in parte – oppure in toto – digitali, chi ha deciso le regole di ingaggio, di dialogo, di incontro? Quali sono i canali, i passaggi attraverso i quali posso raggiungere gli altri? Sono gli unici possibili? Stesso discorso per quanto riguarda il “prendere decisioni” in base agli strumenti percettivi e di analisi che ho della realtà. Non sono strumenti biologici, sono strumenti digitali la cui struttura, la cui costruzione, è avvenuta lontano da me, e non è detto che chi li abbia costruiti abbia a cuore il mio interesse, o almeno: non solo.

 

(ibidem)

 

Sfacebook – ovvero la Nuova Esposizione Universale

Sfacebook – come si scende dall’autobus?

Sfacebook – il giorno prima di andare via

 

Film consigliati

The Zero Theorem – Tutto è vanità (The Zero Theorem), 2013, Terry Gilliam
Waking Life, 2001, Richard Linklater
Un oscuro scrutare (A scanner darkly), 2006, Richard Linklater
Predestination, 2014, Michael e Peter Spierig

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