Sfacebook – come si scende dall’autobus?

Andarsene, da Facebook, non è semplice. Sospendere l’account mi è parso macchinoso, immagino che cancellarlo del tutto sia ancora peggio. Esistono aziende che si occupano di rimozione dei dati dalla Rete: vanno a scovare tutti quei luoghi digitali dove si annidano informazioni che riguardano il loro cliente, e provvedono a fare richiesta affinché quei dati vengano eliminati. Nel caso di Facebook, chi di noi ha mai letto tutte le condizioni del contratto d’uso? Zuckerberg si riserva il diritto di conservare i nostri dati per un po’ di anni – anche se cancelliamo del tutto il nostro profilo – ovvero salva (dal nostro intento di distruzione) nei suoi server le nostre fotografie, i nostri post, la lista dei nostri contatti, e i nostri messaggi. La questione della proprietà e dell’uso di questi dati è materia di svariate vicende giudiziarie, complicate dal fatto che entità transnazionali come Facebook si appoggiano a sistemi giuridici diversi da quelli dove si trovano i suoi utenti e i loro piedi, che calcano la terra di paesi tenuti insieme da confini nazionali.

Questo non è un saggio sulla privacy e sul diritto digitale. Mi ricordo di una puntata dei Griffin nella quale Steve Jobs aveva il diritto di effettuare esperimenti scientifici non proprio ortodossi sul piccolo Stewie: al fondo del contratto che sottoscrivono tutti quelli che usano hardware o software della Apple c’è una clausula che lo prevede – ma nessuno l’ha mai letta. La trama virava sul grottesco, nel cartone animato, con una rivisitazione del terribile film “The Human Centipede”. Ovviamente non si arriverà mai a tanto (anche se, fermi tutti: una buona parte degli abitanti del nostro pianeta non gode ancora pienamente di quanto affermato nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, con orrori ben peggiori). Mi ha fatto riflettere, però, vedere alcuni dei miei contatti supportare campagne contro Facebook, che censura ad esempio seni e capezzoli, e farlo usando Facebook, i suoi stessi post. Se sei un utente FB accetti le sue regole. Sia quelle che si vedono, che quelle che non si vedono. Facebook non è democratico. L’algoritmo che presiede alla visibilità sul feed delle news nemmeno. Puoi protestare finché vuoi, ma se sei su un autobus che va al mare, o scendi dall’autobus e vai a piedi dove vuoi, oppure ti ritrovi al mare, prima o poi.

Torniamo alle procedure di sospensione del mio account. Quando si arriva finalmente alla pagina dove confermare la propria intenzione di scendere dall’autobus, compare una lista da compilare obbligatoriamente: “Motivo della disattivazione”. Il primo punto dice: si tratta di una misura temporanea. Tornerò. Mi è subito sembrata una buona opzione. Clicco, e appare un menù a tendina: 1 giorno, 2 giorni, 3 giorni e così via, fino a 7 giorni, il massimo previsto, e poi il mio account verrà riattivato in automatico. Sono contrariato: solo 7 giorni? Voglio stare lontano da Facebook molto più a lungo. Proseguo la lettura della lista, alla ricerca di una motivazione che faccia al caso mio. Passo troppo tempo su Facebook. Ricevo troppi inviti, e-mail, e richieste da Facebook. Penso che Facebook sia inutile. Ho un altro account Facebook. Il mio account è vittima di un hacker. Non capisco come si usa Facebook. Non mi sento al sicuro su Facebook. Mi preoccupa la tutela della mia privacy. Altro (fornisci ulteriori spiegazioni).

Questa lista è molto significativa per due ragioni. La prima: è un catalogo piuttosto completo delle paure ataviche e dei dubbi d’uso che ciascuno di noi su questo social, in modi diversi ma almeno una volta, sperimenta. La seconda, è che qualsiasi punto venga scelto, Facebook fa orecchie da mercante, e rimanda ad altre pagine dove ci sono, ben descritte, varie possibilità per risolvere il problema che ci spinge a non usare più FB. Insomma: Facebook temporeggia, offre alternative. Insinua: sei tu che non sai usarlo, che non hai visto come fare, eccetera.

E’ un piccolo capolavoro di interaction design: definisce e circoscrive le motivazioni di scontento del suo utente, e offre soluzioni e alternative all’interno del sistema stesso.

L’unica opzione che funziona davvero per sospendere il proprio account è l’ultima: Altro (fornisci ulteriori spiegazioni). “Perché voglio prendermi del tempo per pensare” scrivo nella casella dove mi viene chiesto Fornisci una spiegazione più dettagliata. Un ulteriore click, e seguono altri avvisi di natura tecnica: alcune mie foto potrebbero continuare ad essere visibili, potrei ancora ricevere mail alla casella di posta da me indicata, il mio account Messenger è ancora attivo, eccetera.

Non è affatto una procedura intuitiva, e per molti che non hanno dimestichezza con il mondo digitale è un ostacolo insormontabile. Facebook mi vuole trattenere lì, perché sono la sua merce più preziosa. Il mio contatto, sommato a quello di tutti gli altri su questo autobus – al 26 luglio del 2018 il numero di utenti su Facebook era di 2,3 miliardi – è quello che Zuckerberg vende ai suoi azionisti, a chi vuole mettere inserzioni, alla pubblicità, a chiunque desideri essere visto (magari da uno specifico segmento di pubblico) e sia disposto a pagare. Il nostro sguardo – con il nostro profilo, le nostre abitudini, i nostri desideri – è in vendita al miglior offerente. Lo sappiamo tutti, vero? Eppure, crediamo ancora che Facebook sia equo, e che le informazioni più ridondanti – quelle che vediamo più spesso – siano l’effetto di una democratica scelta degli utenti e dei loro like; ma questo, a ben vedere, vale solo per una parte della nostra esperienza digitale.

Se Donald Trump ha vinto le elezioni, è stato anche grazie ai servizi di un’azienda che si chiama Cambridge Analytica (clicca qui per il loro sito), che ha analizzato Big Data giorno dopo giorno affinché lui potesse anticipare i bisogni espressi sui social da quelli che sarebbero diventati i suoi elettori. Non è fantascienza: lo dichiara l’azienda stessa sulla sua home page, “By knowing your electorate better, we achieve greater influence while lowering overall costs. Cambridge Analityca Political has been provided the stronger relationship between data and marketing. Basically, it combines the predictive data analytics, behavioural sciences, and innovative ad tech into one award winning approach. With the use of CA political, you can engage the customers more effectively and efficiently. CA-political has up to 5000 data points on over 230 million individual American consumers…”

Ehi, sta offrendo una soluzione a quel problema di cui parlo sempre sui social. Certo, lo ha letto, quello di cui parli sempre, e ti sta raccontando, nel suo discorso elettorale, che risolverà proprio quel problema. Glielo hai detto tu. Si è adeguato a quello che tu gli hai detto che vorresti sentirti dire. D’altro canto, i social non sono fatti per contrariarti, bensì per soddisfarti. Proprio come la sottile differenza che c’è tra design e arte: generalizzando molto, il design deve essere bello e comodo, l’arte dovrebbe condurre fuori dalle vie già battute dalla propria mente e dalla propria esperienza quotidiana. Molto spesso questo è un percorso più complesso e impegnativo, se non addirittura tormentoso.

Sembra uno scenario particolarmente distopico, e so che ci sono mille altri usi utilissimi dei social, Facebook compreso; sono stato il primo, per molti anni, a farne uso, a cavalcarlo – come mi ha scritto un caro amico – come se fosse un toro meccanico. Ma, come per tutte le cose, ci sono dei costi nascosti, e sono proprio quelli che voglio scovare.

 

PS: da qualche giorno hanno fatto capolino tre nuove categorie di contatti: i piccati, i complottisti e gli ipocondriaci. I piccati hanno percepito il mio allontanamento da Facebook come un gesto che li ha chiamati in causa, e i loro messaggi, nei casi più estremi, fanno perno su una presunta differenza tra me, che è tutta scena per farmi vedere, e loro, che invece sono ancora dentro e non fanno un cattivo uso di Facebook, anzi. A questi dico “pace!”, certo non mi sento migliore di nessuno, anzi; semplicemente, sto sperimentando e sto raccontando che cosa succede a fare a meno di questo social; i complottisti sospettano che io abbia qualcosa in mente, qualche account falso, che stia progettando un grande ritorno; state tranquilli, nessuna sorpresa dietro l’angolo. Agli ultimi, gli ipocondriaci, posso fornire un certificato di sana e robusta costituzione: non sto male, non sto per morire. Di queste nuove categorie scriverò al più presto. Nel frattempo, consigli di lettura:

 

C. Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Raffaello Cortina

S. Tosoni, Nuovi media e ricerca empirica, edizioni Vita e Pensiero

H. Rheingold, Perché la Rete ci rende intelligenti, Raffaello Cortina

D. Quaranta, Media, New Media, Postmedia, Postmedia Books

R. Dunbar, Di quanti amici abbiamo bisogno?, Raffaello Cortina

 

Per la prima pagina del diario Sfacebook, invece, clicca qui

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