Nessun risveglio è privo di conseguenze

Nonostante la fitta nevicata e gli abiti pesanti che indossa, lo riconosco subito, Petrović. Quando è stata l’ultima volta che l’ho incontrato, non saprei. E l’ultima volta che ne ho sentito parlare, all’osteria un contadino con troppi bicchieri vuoti davanti disse che l’aveva visto dormire nell’automobile abbandonata poco fuori dal paese, e quella vecchia automobile io sapevo quale era. Si erano portati via tutto quello che poteva servire e avevano lasciato solo la carrozzeria, e gli alberi ci erano cresciuti dentro. In paese si usa l’articolo determinativo, per quell’automobile. Ce n’è solo una, arrivata qui chissà come, e ci sono diverse storie su quella vecchia Model-T, ma la più credibile è che il proprietario abbia sopravvalutato la possibilità di rifornirsi di carburante dalle nostre parti, e sia stato obbligato ad abbandonarla, e non è mai più tornato e riprendersela.
“Buon Petrović, come va” mi avvicino, mi abbasso la sciarpa dalla bocca perché mi senta meglio, mi riconosca. L’aria gelida mi morde le labbra. Lui resta fermo, con le mani nelle tasche del cappotto, sorride con i suoi occhi azzurrissimi. Mi ha fatto un cenno con il capo, oppure si è sgranchito il collo per il freddo? Prende a camminare lungo la strada che taglia il paese a metà, e io con lui.

Ad ogni nostro passo la neve fa il rumore di un fazzoletto strappato, e Petrović mantiene l’andatura lenta di uno che non ha niente da fare, ma con un che di nobile, dritto con la schiena. Passiamo accanto alla vecchia caserma, al portone che non ho mai visto aperto, “Ehilà, Petrović” la voce della guardia attraversa il silenzio come la battuta di un attore a teatro. Il bavero della sua divisa è pieno di neve, e quando si sporge in avanti, verso di noi, un po’ ne cade a terra, come da un cornicione. Vedo che ha al collo una pesante sciarpa rossa, che non farebbe parte dell’uniforme. Mi sono sempre chiesto chi è che disegni le divise dei soldati, e se ne abbia mai indossata una. Petrović non risponde, rallenta appena il passo, osserva la guardia, riprende a camminare. “Allora oggi mi offrirai il pranzo?” chiede la guardia, che si è affiancata a noi e ci segue, aggiustando con un colpo della spalla la tracolla del fucile.

Da una strada laterale arriva un carretto tirato da due grossi cani. Nessuno possiede cavalli, in paese. Lo guida un vecchio, che era già vecchio quando io ero bambino, e già allora percorreva lentamente le strade del paese vendendo i suoi ukrasheniya. Lui è rimasto lo stesso, i cani sono cambiati nel corso degli anni. Poche volte ho visto qualcuno comprare un ukrasheniya, nessuno ne ha bisogno, qui. Se qualcuno ne compra uno dal vecchio, lo fa come si fa l’elemosina, come una decima da versare una volta al mese, perché anche lui abbia qualcosa di che pagarsi da mangiare. “Petrović, buongiorno”, lo saluta il vecchio, come se si vedessero spesso. Forse per chi è in là con gli anni il tempo è diverso, e ci si saluta per strada come se ci si fosse visti poco prima. Forse è una cortesia d’altri tempi, non mostrare stupore alla vista di uno che non si incontra da molto. Quanti anni avrà mai, Petrović? La neve ricopre completamente la coperta che nasconde alla vista gli ukrasheniya, e capisco che il vecchio oggi non ne ha venduto nessuno. Prosegue il suo percorso quotidiano accanto a noi, i grossi cani tirano il carretto e vedo il loro respiro condensarsi davanti ai loro musi.

Una donna attende accanto alla porta della casa del dottore, batte i piedi a terra per il freddo. C’è una sala d’aspetto, dentro, potrebbe stare lì al caldo, ma tutti in paese, per cortesia, preferiscono attendere il loro turno in strada, altrimenti sentirebbero il paziente precedente parlare forte dei suoi acciacchi, perché il dottore è quasi sordo. “Petrović, come state?” dice la donna. Lui la guarda, accenna un inchino un po’ storto e sembra che il grosso cappello coperto di neve debba cadergli dalla testa, continua a camminare ma, forse è solo una mia impressione, sembra non volerle rivolgere troppo le spalle, mentre lei gli si affianca, “Petrović, vi ricordate? Ho ritrovato quelle vecchie lettere, vi avevo promesso che l’avrei fatto, quando venite da me a darci uno sguardo?”
Petrović guarda a terra davanti a sé, ma capisco che non sta osservando la neve, vedo che i suoi occhi guizzano a destra e a sinistra, inseguendo un ricordo, forse, oppure mettendo ordine tra i pensieri. “Forse oggi l’amico Petrović offrirà un pranzo anche a voi” dice la guardia, chiamando in causa il vecchio del carretto e la donna “Non è forse così, buon Petrović? Un pranzo in compagnia, e si parla un po’?” Alla nostra destra la strada si allarga in una piazza, e il monumento equestre di San Zlatousta ci sovrastra, sproporzionato rispetto alle case basse dai tetti appuntiti, la mano destra alzata a puntare la spada verso ovest. Un grosso corvo si alza in volo, forse spaventato dalla presenza dei cani che tirano il carretto.

La donna si volta verso la guardia, le gote rosse per il freddo, forse per un silenzioso rimprovero nei confronti della sfacciataggine del soldato, che si limita ad inarcare la sopracciglia e a sorridere sornione. Un bambino, poco più avanti, sta giocando con alcuni rametti, li conficca nella neve uno accanto all’altro, come a voler innalzare un’immaginaria palizzata. Il nostro corteo piega un poco verso destra, per non calpestare quella fantasia, il bambino si aggiusta il berretto che gli era calato troppo sulla fronte, corre verso Petrović, gli porge uno dei rametti che ha in mano. Petrović si china verso di lui, annuisce in modo ossequioso, lento, come per ringraziare, ma non toglie le mani dalle tasche. Il bambino si avvicina ai cani che tirano il carretto, guarda un attimo il vecchio come se volesse chiedere il permesso di accarezzarli, passa una mano sul dorso di quello di destra, gli toglie la neve di dosso.

“Come sta la mamma?” chiede la guardia al bambino. “E’ con gli animali”, e in quella risposta leggo molto di più di quello che sembrerebbe. C’è una fiera dignità nel chiamare “animali” le capre, sei o sette se non sbaglio, che la famiglia del bambino alleva. Probabilmente usano quell’espressione anche in casa. “Sta meglio, la mamma, eh?” dice la donna “me la saluti, dille che passo a trovarla magari domani, se può, prima di cena”. Il bambino annuisce, gira attorno al carretto e toglie la neve dal dorso dell’altro cane. Sembra nevicare più forte, ora, e il ponte sulla Tunguska, il fiume che taglia il paese, è ghiacciato.

Ciascuno fa attenzione a non scivolare, l’andatura del gruppo rallenta. Dalla finestra al primo piano del mulino proviene la melodia di un violino. Tutti alziamo la testa in quella direzione, mentre ci passiamo sotto, e la neve ci cade negli occhi. “Lo suona solo per sè” dice la guardia “mai una volta che l’abbia sentito in osteria.” “Non è vero”, ribatte il vecchio, dando un colpo con la mano al carretto, che ha sbandato un po’ sul ghiaccio. Il violino tace, come se chi lo stava suonando avesse sentito questo dialogo, ma non è possibile, ovviamente. Appena giriamo l’angolo e costeggiamo la fila di olmi la melodia riprende.

Proseguiamo in un silenzio rotto solo dal rumore dei nostri passi, delle ruote del carretto nella neve e dal fiato più forte, a tratti, di uno dei due grossi cani. Il bambino si è allontanato un poco, e sta raccogliendo rametti sotto agli olmi spogli, si attarda, corre di nuovo accanto a noi, ne prende altri, quanti ne può portare tra le mani nei guanti forse troppo larghi. Il torrente è ghiacciato, e solo tra alcuni sassi si scorge l’acqua scorrere. “Non è vero che non suona il violino in osteria” riprende il vecchio, dopo un lasso di tempo troppo lungo perché tutti possiamo capire subito che si sta riferendo ancora alla conversazione di prima “e lo suona anche alla obshchiy dom” aggiunge. La guardia non dice nulla, anche se so che quella del vecchio è un’insinuazione; non si fa vedere mai, la guardia, alla casa comune, ha smesso di fingere di interessarsi di politica quando non gli è arrivata la promozione che aveva richiesto. Una rappresaglia che non gli ha portato nessun vantaggio, comunque; ai suoi superiori, probabilmente, non importa affatto.

L’ultima casa appena fuori dal paese è alle nostre spalle, e lo sguardo percorre la linea dell’orizzonte bianco, innevato, accecante, i campi si perdono in tutte le direzioni. Come ad un comando silenzioso, il nostro corteo si ferma. Stiamo così, immobili, a guardare il niente infinito che preme da ogni lato. Il cane di destra si lecca una zampa, forse un gelone. La neve cade fittissima, e sta già cancellando le nostre impronte. Mi accorgo che sto osservando il fiato che si condensa davanti alle bocche degli altri improvvisati compagni di viaggio, il ritmo diverso che ha, chissà se ci sarà un momento, tra un minuto oppure un secolo, nel quale tutti i nostri respiri saranno sincronizzati per un attimo, per poi perdersi di nuovo.

Mi chiedo se sono l’unico ad essersi accorto che Petrović non è più con noi. Domani la guardia sarà di nuovo davanti al portone della caserma, il vecchio proverà a vendere i suoi soprammobili, la donna attenderà il suo turno dal dottore, il bambino si sarà inventato un altro gioco, Petrović forse ricomparirà per misurare in passi il paese, oppure no, e dovremo aspettare. E nel frattempo niente cambierà e forse è questo il segreto che tutti sappiamo ma di cui non abbiamo il coraggio di parlare, il segreto che il proprietario dell’automobile abbandonata ha intuito e per il quale non è tornato, il segreto che ci difende dal nulla bianco che assedia il paese, come il niente che circoscrive un sogno: non dobbiamo svegliare chi ci sta sognando.

 

La mattina del 30 giugno 1908, un’esplosione avvenuta probabilmente ad un’altitudine di 5 chilometri abbattè decine di milioni di alberi. Il rumore dell’esplosione fu udito a mille chilometri di distanza, il bagliore fu visibile a circa 700 chilometri, e l’onda d’urto fece quasi deragliare alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana a 600 chilometri dal punto dell’impatto. A 65 chilometri di distanza un testimone di nome Semen Semenov raccontò di aver visto prima il cielo spaccarsi in due, poi un grande fuoco coprire la foresta, e qualche secondo dopo un vento fortissimo che lo sollevò da terra e lo scaraventò a qualche metro di distanza. In base ai dati raccolti successivamente, gli esperti calcolarono che la potenza dell’esplosione fu di circa 15 megatoni, equivalente a circa mille bombe di Hiroshima messe assieme. L’evento venne ribattezzato dal quotidiano Sibir del 2 luglio 1908 “l’incidente di Tunguska”, dal nome del fiume che attraversa quella zona di taiga.

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