In a speech which has no words

 

 

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Lost in digital

La serie di opere “Lost in digital” ha come prerogativa fondamentale quella di essere destinata esclusivamente alla fruizione su dispositivi mobili, e invita chi la riceve a ricondividerla con i propri contatti attraverso i canali di messaggistica istantanea quali Whatapp, Messenger, Telegram etc.

Il meccanismo di ricondivisione, la trasformazione dell’opera in codice da ritrasmettersi secondo una rete di contatti tenuta in piedi dal supporto mobile, è anch’esso parte dell’opera: mette in gioco cioè l’imprevedibilità, per l’autore dell’opera, di prevedere la diffusione dell’opera stessa, e porta ai suoi limiti fisiologici la questione della proprietà dell’opera, che è in mano in parte ai suoi fruitori, in parte ai proprietari dei mezzi di messaggistica istantanea, nella misura in cui questi mezzi permettono (per qualità visiva dell’immagine, peso del file etc) il passaggio di un messaggio piuttosto che di un altro.

La serie di opere è quindi una riflessione sul digitale sia nel suo contenuto, sia nella sua forma di diffusione, sui rapporti e sulla comunicazione digitale istantanea, sulla permanenza o meno dell’informazione sui dispositivi mobili, sul disembedding dell’opera che vive di una vita “nomade” da un mezzo all’altro.

embroider / broder / sticken / ricamare

Mia nonna, nel tempo libero, ricamava. Ricordo che, per realizzare alcuni disegni, erano necessarie settimane di pazienza, ago e filo su e giù attraverso la tela. Erano regali per parenti e amici, alle volte – iniziando a lavorare con largo anticipo – realizzava ricami per eventi speciali: una nascita, un matrimonio. Certo era una questione di abilità manuale, di gusto estetico, potremmo discutere se arte oppure semplice decorazione, ma soprattutto: un gesto che aveva a che fare con l’impiego del tempo che ci è dato; tra il “poteva essere speso diversamente” e il “niente di meglio che questo gesto, che non è altro che se stesso: trasformare, con il proprio tempo, una cosa in un’altra, per il semplice piacere di farlo, e per il piacere di chi la riceverà”. Oggi più che mai, come artista, mi confronto con lo stesso problema: il tempo, il perché, con che cosa, a quale scopo, e quali contenuti ho a disposizione, e la velocità del mondo e quella che serve a creare. Ciao nonna, è anche stato merito tuo.

embroider / broder / sticken / ricamare è un progetto che unisce la tecnica antica del ricamo alla comunicazione attuale dei nuovi media e ai suoi luoghi comuni
Roccioletti 2017

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LL – laboriosa leggerezza

 

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LL – laboriosa leggerezza

performance
Andrea Roccioletti / Amalia de Bernardis

23 – 24 maggio 2017, ore 19.30 – 22.00 ingresso libero

L L è una performance sulla leggerezza e sul peso. E’ una performance sul volo e sullo stare fermi, sul movimento e sulla stabilità; sulle conseguenze dell’estremizzazione di un gesto, dove il movimento può diventare un perdersi, e la stabilità un morire fermi. E’ una performance sulla relazione, univoca e biunivoca. Sulla colpa, e sulla punizione. Un oggetto semplice, solido e archetipico come un sasso, diventa veicolo e innesco per infiniti simboli. E’ una performance sulla posizione dei corpi, per se stessi e nella relazione con l’altro: paritario oppure subordinato, attivo oppure passivo. E’ una performance che sposta continuamente l’attenzione dell’osservatore dall’attesa dell’azione, all’azione e infine alle conseguenze di essa.

Andrea Roccioletti

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Quando, più o meno un anno fa, davanti alle cipolle sottaceto, ho guardato Andrea negli occhi e gli ho proposto di rinchiudersi con il mio corpo (non con la me ad ore, quella che socialmente è già una cosa altra) in una stanza costruita di mattoni, senza finestre, senza chiavi o vie d’uscita, senza bagno, talmente piccola da poter contenere solo noi distesi, di condividere per tre giorni e tre notti non solo l’aria, la parola, il sonno, ma anche la fame, la sete, i bisogni corporei, le paure, le espressioni dei muscoli e del volto, gli odori, le attese, le debolezze, le allegrie, il tempo…ho compreso, dal battito delle sue pupille, che io ero spaventata a morte.

L’ho saputo da lui, senza che dalla sua bocca uscisse una parola, e senza che io ne avessi primaria coscienza.  Una Sua reazione corporea stava dicendo alla mia struttura ossea ed al mio cuore la Loro verità: semplice, immediata, spiazzante.

Dopo l’immobilità della voce, durata secondi, ho parlato io per prima, e non è così difficile immaginare cosa ho detto. “Andrea, tu sei terrorizzato”.  Quanto è difficile non cadere nelle trappole dell’imparato. Quanto è disarmante la difesa saputa. Quanto è complesso ammettersi ed ammettere, vedere e vedersi. Ma il compito nostro, forse, proprio qui è. Smascherarci e prenderci responsabilità.

Da quel momento, il sospiro che è uscito dal mio petto, il suo respiro e la sua risata hanno fatto il resto.

Notti insonni, discussioni, dialoghi, la domanda sulla non distinzione tra il nostro privato ed il nostro lavoro, progetti stesi e buttati, parole, abbracci, silenzi, partenze, fallimenti, vittorie, il pubblico, il tu.

Tutto e sempre senza mai staccarci dal nostro essere saldati, seppur soli nell’uno,
saldati all’interno di questo enorme processo che è la cosa d’Arte che è la cosa di Vita.
Saldati, non solo nel due, ma nel tutto, nell’altro, nell’altra, nell’albero e nel grattacielo, nella costellazione e nella cena, nella casa vostra e nei prati degli antenati.

La decisione su come proseguire è stata naturale.

Prima della stanza, progetto performativo che faremo in seguito, ci sarebbero state tutte le altre performance e azioni, tutti gli altri passaggi, accadimenti, rituali, inciampi (come li definisce lui), atti quotidiani ridotti ed amplificati fino alla nausea, necessari e costosi, senza sconti, disarmanti, a volte pericolosi, ma sempre veri, agiti non solo in galleria, in quel momento ed in quell’ora, ma costantemente.

L L è uno di questi.

Una laboriosa leggerezza, come vuole il titolo, che non possiamo agire da soli nella nostra stanzetta,  che ci fa puramente e puntualmente innesco di un atto che sarà anche e sempre Vostro.

Amalia de Bernardis

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Amalia mi ha descritto, in forma d’immagini e pensieri, il loro progetto LL .
Lontano, o quasi, nel verde della campagna astigiana, riporto un mio pensiero, che in fondo scaturisce dall’ambiente del vissuto.  Penso alla brutale quotidianità, malamente associata alla serenità.  È una gerla profonda, che se portata per lungo tempo sulle spalle, affligge, oscura le migliori intenzioni.  Non è questione di rendersene conto, è una condizione invece inquieta in quanto inevitabile. Approntare delle difese è addirittura dannoso, portando il corpo al dolore dell’imprecisato, dell’insicurezza umana nei rapporti. Ci si ferisce con delizia, ponendo una comodità di pensiero che rientra nel già detto, nel doverlo sapere senza dire, negandosi anche il confronto.
Servirebbe, mi domando, in sincerità?

In fondo ne dubito perché gli estremi sono il voltaggio di una condizione non solo comune ma anche rassicurante, segnali di una vitalità che dovrebbe portare l’individuo a rasentare l’autosufficienza. Conoscersi significa lasciar perdere le illusioni e concentrarsi su ciò che si sa veramente su se stessi. In fin dei conti, poco, ma soprattutto in modo approssimativo e mai definitivo.

Siamo una macchina voracemente segnata dal cambiamento e funzioniamo anche
in assenza di stimoli. Se si pensa è strano vedersi fermi. Al contrario possiamo far muovere tutto ciò che ci circonda, un oggetto, un dettaglio, corpi. Ci spostiamo ed urtiamo ciò che abbiamo intorno, giocando a ricostruire l’estetica di un mondo mai fuori posto, anche se riscontrassimo problematiche simili ad uno
scoglio in tangenziale.  C’è un cosciente lavoro di contenimento delle pulsioni, nessuno se ne vuole sottrarre. Non lo si vuole fare in quanto ci serve. Negare è una costruzione architettonica solida, contro ogni omertà ed è la strada, in taluni casi, ad una serenità surrogata, ma che tale rimane.

Nello stadio del vuoto di ragionamento si galleggia, si può anche escludere di muoversi.
C’è la turbolenta vita ma chi mai si potrebbe negare che esista un fascino intimo, nel sottrarsi allo scontro, sostenendo su una mano le poche certezze, ad uso pubblico.
Capisco il matto quanto il saggio, ma sospetto sovente che il primo abbia l’arma dell’inadeguatezza, scambiata per pazzia. Trovare le cose fuori posto per poter dire che qualcosa non va sta diventando un lusso, una piccola rivoluzione personale. Si è incoscienti che nell’imperfezione si nasconde in potenza,  un progetto di idealità. C’è lo siamo dimenticati e con il passare delle giornate, ci rimane da coprire il danno.
Che peccato perdere i difetti, a vantaggio di uno sfiancante lavoro di bellezza quotidiana nei rapporti.

Alessio Moitre

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Un’ultima nota – Andrea Roccioletti

Brevemente: la performance ha segnato un punto di svolta, sia nella percezione del mio corpo, sia nel concetto stesso di produzione di un lavoro artistico, sia per le questioni private che si sono incrociate con quelle pubbliche. Su questa linea si dovrebbe muovere sempre il performer: diversamente, quando smette di essere toccato da quello che fa, quando simula e si muove solo in un’area di comfort dove recita agevolmente la sua parte, quando cessa di andare oltre il sé, dovrebbe cambiare mestiere. In me stanno nascendo molte e nuove riflessioni sul pubblico e sul privato, su che cosa fare e come farlo. Ringrazio per questo tutti coloro che hanno dato a questa performance la possibilità di essere, tutti coloro che sono intervenuti, nessuno escluso, chiedo scusa a quanti si aspettavano una seconda serata che non è avvenuta, e chiedo scusa a quanti sono stati toccati, sono stati coinvolti, in quanto è avvenuto. Grazie.

Fotografie per gentile concessione: Vincenzo Bruno

 

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Fermoimmagine

 

In un mondo del fare e dell’essere produttivi, forse un’azione performativa efficace è quella del non fare, del non muoversi, e  in luoghi non preposti alla stanzialità: non-luoghi di passaggio, fisico e mentale, luoghi dove il fermarsi rappresenta un ostacolo per gli altri, un ostacolo al funzionamento, al sistema, alla megamacchina.

 

 

RoxRok 2017

con Rossella Ferrero

 

eventopubblico

La performance prevede che un certo numero di persone diventi “pubblico”, ma in un luogo dove di solito pubblico non ce n’è e non è previsto che ce ne sia. Le sedie verranno sistemate a guisa di platea, con i partecipanti seduti, ma il luogo sarà all’aria aperta. Verranno scattate alcune fotografie della performance e verrà registrato un filmato. Il pubblico, quindi – al centro di tanti dibattiti sulla sua partecipazione, sulle strategie di marketing per muoverlo, etc – diventa esso stesso il soggetto della performance, e l’assenza del focus sul quale il pubblico dovrebbe concentrarsi (uno spettacolo, un film etc) ne sottolinea questo aspetto estraniante. Sarà anche interessante osservare le reazioni dei passanti.

 

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Se una delle questioni da affrontare per un performer è convogliare pubblico ai suoi lavori, questa performance ribalta il concetto di partecipazione: c’è stato solo pubblico, alla performance, invitato a compiere nel modo più naturale possibile l’atto di prendere posto e assistere ad una performance che non c’era, perché la performance “era” il pubblico. L’azione è stata ripresa da diverse angolazioni, sia nella sua versione a più partecipanti, sia nella sua messa in atto di un singolo spettatore. La visione “scientifica” e “analitica” di un fenomeno viene così riproposta, analizzata, fin dalle sue prime battute: mettere insieme un gruppo cospicuo di pubblico che dovrà partecipare ad un “niente” programmato, come comuncarglielo, la scelta del luogo: un parco, il luogo di passaggio e di “perdita di tempo a scopo di relax” troppo spesso incastrato tra mille incombenze. Le sedie stesse diventano un ready-made da far vivere in una funzione per la quale non sono previste: oggetti dove consumare la propria attesa, ma in attesa di un niente che rende l’attesa stessa il centro della performance.

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Thanks to

Rossella Ferrero
Vincenzo Bruno
Angela Conversano
Michele Di Erre
Marta Di Giulio
Teresa Ribuffo
Olga Sosnovskaja
Vanessa Aci Rainbow
Jasmine Salah
Jacopo Della Rocca
Fabrizio Corona