“All’inizio credevamo che facesse parte dello spettacolo” – Un superstite del concerto al Bataclan

Nel susseguirsi di prese di posizione tra apocalittici e integrati del social, tra quelli che invitavano al silenzio come forma di rispetto per i fatti tragici di Parigi, quelli che sottolineavano come in realtà il network si fosse comunque rivelato utile, bandiere sovrapposte alle proprie foto di profilo e un labirinto di commenti, mi chiedo quanti si siano accorti di che cosa – a livello visivo – stava accadendo realmente all’interno del perimetro dello schermo. Gli avvisi pubblicitari, che normalmente poco saltano all’occhio tra un contenuto faceto e un aggiornamento di stato personale, accostati alle immagini che arrivavano da Parigi ha avuto un effetto altamente dissonante. Show must go on, direbbe l’ufficio marketing di Facebook: e così abbiamo avuto manifestazioni di solidarietà ad 1 centimetro di distanza da scarpe e abbigliamento, reparti antiterrorismo accanto a spot per promuovere la propria attività, bandiere dell’ISIS appena sotto a bambini felici che ascoltano musica dallo stereo di ultima generazione, le porte aperte delle ambulanze accanto a spam di siti pornografici, gente terrorizzata in fuga nella notte a lato di uno spot sul giusto modo di gustare al meglio un caffè, testate giornalistiche senza soluzione di continuità con la pubblicità della Nutella. Nemmeno per un giorno, nemmeno in questo giorno, il social network che ospita le nostre considerazioni sulla vita, l’universo e tutto quanto ha cessato per un secondo di vendere il nostro spazio visivo – e la nostra attenzione – a chi ha soldi da spendere. Ecco chi non tace mai, a prescindere.

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