“All’inizio credevamo che facesse parte dello spettacolo” – Un superstite del concerto al Bataclan

Nel susseguirsi di prese di posizione tra apocalittici e integrati del social, tra quelli che invitavano al silenzio come forma di rispetto per i fatti tragici di Parigi, quelli che sottolineavano come in realtà il network si fosse comunque rivelato utile, bandiere sovrapposte alle proprie foto di profilo e un labirinto di commenti, mi chiedo quanti si siano accorti di che cosa – a livello visivo – stava accadendo realmente all’interno del perimetro dello schermo. Gli avvisi pubblicitari, che normalmente poco saltano all’occhio tra un contenuto faceto e un aggiornamento di stato personale, accostati alle immagini che arrivavano da Parigi ha avuto un effetto altamente dissonante. Show must go on, direbbe l’ufficio marketing di Facebook: e così abbiamo avuto manifestazioni di solidarietà ad 1 centimetro di distanza da scarpe e abbigliamento, reparti antiterrorismo accanto a spot per promuovere la propria attività, bandiere dell’ISIS appena sotto a bambini felici che ascoltano musica dallo stereo di ultima generazione, le porte aperte delle ambulanze accanto a spam di siti pornografici, gente terrorizzata in fuga nella notte a lato di uno spot sul giusto modo di gustare al meglio un caffè, testate giornalistiche senza soluzione di continuità con la pubblicità della Nutella. Nemmeno per un giorno, nemmeno in questo giorno, il social network che ospita le nostre considerazioni sulla vita, l’universo e tutto quanto ha cessato per un secondo di vendere il nostro spazio visivo – e la nostra attenzione – a chi ha soldi da spendere. Ecco chi non tace mai, a prescindere.

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L’arte è un buon strumento per bucare la propria bolla.

“A seconda dei vincoli impostigli dal proprio piano strutturale, ciascun organismo è dotato di organi recettori che selezionano gli innumerevoli stimoli provenienti dall’ambiente, accogliendone solo la parte significativa per l’organismo stesso; questa parte viene quindi analizzata a seconda della natura dei recettori e trasformata finalmente in eccitazione nervosa. Pur potendo dunque condividere diverse specie animali lo stesso mondo, ciascuna di esse lo vivrà come proprio ambiente in maniera specifica e inaccessibile a tutte le altre, perché condizionata dalla propria organizzazione, che combacia con il percepibile come un incavo con il proprio perno. […] Viene dunque ad istituirsi una peculiare tensione fra un approccio rigorosamente monadologico e antiantropocentrico e una tentazione antropocentrica per la quale (magari grazie a protesi tecnologiche) all’essere umano è concesso in qualche modo di bucare la propria bolla di sapone per andare a sbirciare in quelle degli altri organismi, immedesimandosi nelle loro visioni del mondo.”

da “Estetica e scienze della vita”, a cura di A.Pinotti e S.Tedesco, Raffaello Cortina Editore, 20139

L’ARTISTA MARGINALE

Mi sono sempre piaciuti i margini delle pagine dei libri. Posso immaginare che siano importanti per la lettura, cioè siano (proprio perché vuoti) importanti per il testo (che invece è pieno). Senza margini leggere sarebbe fastidioso, forse impossibile. Mi chiedo se sia una questione culturale, oppure se sia ancor prima una necessità della fisiologia della percezione visiva. La parola “margine” ha anche una connotazione negativa, penso all’espressione “vivere ai margini della società” (…”emarginazione”), oppure ad “una questione marginale”, di minore importanza.

Il margine forse è bello e utile quando è lasciato vuoto, è una sorta di spazio che dice alla mente: stai leggendo, concentrati, lascia fuori tutto il resto. Forse oggi viviamo in una società piena di emarginati, ma senza margini; bombardati continuamente da più informazione di quanta ne possiamo digerire, avremmo bisogno di margini per poter concentrare davvero la nostra attenzione su qualcosa, fare il punto, circoscrivere, vedere intero, staccato dallo sfondo, con i bordi netti, l’oggetto del nostro guardare

Così, ciascuno cerca i suoi margini: chi al parco, chi sulla poltrona di casa ascoltando musica, chi facendo quattro passi, chi chiacchierando con un amico davanti ad una birra. Se da un lato la “ristrettezza di vedute” è assolutamente deprecabile, dall’altro la visione senza un punto focale, continuamente in movimento, è insostenibile. Riuscire ad imparare ad allargare il focus della propria mente senza perdere in qualità della visione è un’arte.

Per queste ragioni mi chiedo se gli artisti, oltre che essere creatori di contenuti, non possano anche essere in un certo senso creatori di margini: se possano restituire al loro pubblico una cornice, un margine, uno spazio sacro entro il quale lo spettatore possa trovare non solo l’opera, ma anche se stesso.

L’OCCHIO DEL DRONE E L’OCCHIO DELL’ARTISTA

In base all’idea che abbiamo del mondo (e il mondo comprende sia gli altri che noi stessi) traiamo considerazioni e prendiamo decisioni. L’idea che abbiamo del mondo è un’esperienza – rielaborata dalla nostra mente – che passa attraverso i nostri sensi. Al giorno d’oggi, i nostri sensi non sono più nudi: sono potenziati oppure resi più specifici da tutta una serie di dispositivi tecnologici. Questo significa che la visione del mondo, e il modo in cui ci rapportiamo con esso, è in evoluzione: continuamente dobbiamo mediare tra la nostra parte umana naturale, e  le nuove tecnologie che ci danno possibilità inaspettate, trascinandoci in un ramo evolutivo ancora da indagare. Siamo umani, ma anche altro: umani che intervengono sul mondo e su se stessi, ogni giorno. Con questa trasformazione (che in parte controlliamo, in parte è controllata da altri per scopi disparati) si confronta oggi ogni artista, che lo voglia o meno, che ne sia consapevole o meno, che rifiuti la trasformazione oppure che la incorpori nel suo lavoro.

ps: il titolo di questo articolo è stato ispirato da un dialogo con Vesna Bursich.