Quando il (popolo) bue dà del cornuto all’asino (artista).

Se un utente sceglie accuratamente le fotografie migliori di sé da pubblicare su un social, se scrive di sé solo ciò che lo mette in una bella luce, se costruisce di se stesso un’immagine infiocchettata e vincente, allora nessuno fa obiezioni. Ma se un utente decide di trasporre su un social tutta la sua vita intera – quale essa è, con tutte le sue sfumature, le piccolezze, gli inestetismi, i vicoli ciechi – allora gli altri utenti lo criticano, dicendo che è un egocentrico, uno che passa tutto il suo tempo davanti ad una tastiera. E’ come se costui avesse infranto una regola non scritta del gioco: sui social si costruiscono identità, non si devono replicare così come esse sono nella realtà al di fuori dello schermo. Applicando questo concetto al mondo dei creativi: sui social un artista deve sapersi presentare e promuovere. Ma queste sono competenze dei nostri giorni fatti di centri commerciali e pubblicità, e nulla hanno a che vedere con la ricerca artistica, che è fatta anche, se non soprattutto, di sbagli. Si può “fare arte” e allo stesso tempo fare attenzione a non infrangere le regole del marketing?

(Ringraziando Michela per la riflessione condivisa)

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Andare in visibilio.

Mi scrive l’artista e amica Vesna Bursich

(visitate il suo blog, è interessante):

“Quindi quale è il metodo migliore per “mettersi in mostra”? Secondo le logiche dei social pare che più fai per essere visto e meno vieni visto. Sbaglio?”

Stavo per intitolare questo post “Il problema della visibilità” ma mi sono reso conto che, forse, non si tratta di un problema. E’ un fenomeno, paragonabile ai fenomeni fisici che osserviamo in natura. E, proprio come i fenomeni fisici, dall’osservazione di quello che accade cerchiamo di trarre delle regole per capire, ed eventualmente riprodurre. Esistono poi fenomeni che comprendiamo solo in parte. Quello della visibilità rientra in questa categoria. Conosciamo molto di come funzionano le indicizzazioni in rete, ma non del tutto (e chi lo sa si tiene il segreto per sé, per poterlo vendere). Conosciamo molto di come funziona la percezione umana, ma non del tutto: ed è un bene, perché se qualcuno lo sapesse potrebbe controllare le nostre opinioni e noi, come automi. Conosciamo molte delle variabili che entrano in gioco, ma non tutte: c’è sempre un elemento casuale (o più di uno) che fa sì che la nostra comunicazione arrivi al destinatario o meno. Probabilmente solo chi è abbastanza sconsiderato da continuare a tentare afferra quella esigua percentuale che tutti gli altri danno per assolutamente improbabile.

Punto secondo.

Alcuni mi hanno detto che è difficile districarsi tra le cose che “faccio”. E mi sono reso conto che è vero: tra Instagram, Flickr, Youtube, blog vari e via dicendo diventa difficile capire, o meglio, come ha detto l’amico del “Punto primo”, “starmi dietro”. Di chi è la colpa? Mia, quando non riesco ad essere abbastanza chiaro; poi è colpa dei vari social, che condiscono ogni post con pubblicità (sì, a lato, ma sono sempre lì), immagini provenienti dagli argomenti più disparati e soprattutto messe lì per motivi molto diversi tra di loro; e un po’ è anche colpa del pubblico, non me ne vogliate, mi ci metto anch’io: il tempo a disposizione è quello che è, c’è crisi, eccetera. Questo blog nasce dunque con un intento specifico: l’assoluta semplicità e linearità dell’informazione. Se siete curiosi e volete approfondire, a sinistra trovate comunque i link alle varie piattaforme che uso per raccontare il mio lavoro di artista. Se invece avete poco tempo, restate qui: vi prometto che non supererò mai le quindici righe (più o meno), e proverò ad essere breve (cosa che, a ben guardare, richiede un sacco di tempo).

Punto primo.

Sarà capitato anche a voi di scoprire, parlando con un amico, che molte cose che voi davate per scontate (perché le avete pubblicate sui social) non sono state affatto viste da lui. La sensazione è strana. Fastidiosa, ma sana: perché ci porta a considerare che il pubblico a cui parliamo è un pubblico, molto spesso, immaginato: c’è nella nostra mente, ma – a meno che non dia “segni di vita” online, e interagisca – soltanto la nostra presunzione oppure la nostra malriposta fiducia nei social ci possono far credere che abbia veramente visto (ancor prima di aver compreso) quanto abbiamo reso “pubblico”. La colpa non è sempre dell’amico: i logaritmi di “apparizione” dei social non sempre fanno sì che quanto abbiamo appena scritto compaia sul flusso di post dell’altrui computer. Se poi usiamo piattaforme per la condivisione incrociata (IFTT, per esempio) la cosa è ancora meno sicura: Facebook, ad esempio, predilige i contenuti “creati” sul suo social, e quanto viene ricondiviso automaticamente da altri social compare meno.