Il distruttore di opere d’arte

Riporto questo breve dialogo-intervista che ho avuto circa due settimane fa. La persona intervistata ha voluto mantenere l’anonimato. Ringrazio Michele Di Erre per avermi aiutato nella traduzione dal francese.

Andrea: Inizierei questo nostro dialogo ringraziandoti per la disponibilità. So che non ami essere intervistato, e che vuoi mantenere l’anonimato…

X: Anonimato assoluto, grazie. Questo è molto importante. Il perché credo che si capirà nel corso della nostra chiacchierata. E comunque non mi interessa che compaia il mio nome. Non ne vedo il motivo. Devo confessarti che non sono ancora del tutto convinto di voler fare questa cosa. Non ne vedo l’utilità. Non ho mai rilasciato interviste, e mai lo farò. Ma proviamo, e vediamo che cosa ne viene fuori.

Andrea: La questione centrale del nostro dialogo è questa: tu sei un distruttore di opere d’arte contemporanea.

X: E’ una definizione piuttosto riduttiva. Io sono un collezionista. Come ogni altro collezionista, compro opere d’arte contemporanea. Tra me e gli altri collezionisti c’è solo una differenza. Io le tengo un po’ di tempo con me, e poi le distruggo. Alcune sopravvivono per molto tempo, altre invece solo pochi giorni. Una in particolare che ho acquistato una settimana fa [l’intervista è datata 10 luglio 2016, ndr] non esiste già più.

Andrea: Questa cosa mi ha colpito moltissimo. La domanda d’obbligo è: perché distruggi le opere d’arte che acquisti?

X: Perché sono mie. Le ho acquistate, e ne faccio quello che voglio. Voglio dire, ogni collezionista fa quel che vuole delle opere d’arte che ha acquistato. Chi le conserva, chi le dimentica in cantina, chi prova a rivenderle per recuperare parte dei soldi spesi. Io le distruggo.

Andrea: Come puoi immaginare, la cosa è piuttosto insolita…

X: Non capisco che cosa tu voglia dire. Insolita in che senso?

Andrea: Normalmente, chi acquista un’opera lo fa perché la vuole per sé… forse la tua è una provocazione.

X: Sarebbe una provocazione se lo andassi a dire in giro. No, no. Non è questo il punto. Il sistema dell’arte contemporanea si basa su tutta una serie di capisaldi. Dici “normalmente”. Beh, a me il “normalmente” non interessa. Quando un artista vende la sua opera, implicitamente pensa che chi l’ha acquistata ne avrà cura. C’è questa idea che l’opera sopravviva. Che in cambio di denaro io sia obbligato a prendermi la briga di salvaguardare un’opera per sempre. Questo va al di là di qualsiasi prezzo si possa pagare. E’ una questione di… onestà, di senso della realtà. Se tu artista sei disposto a vendermi la tua opera, sappi che non è più tua. E’ mia. Ed io ne faccio quello che voglio. E comunque la premessa che un’opera duri per sempre è falsa. Hai idea di quanta arte venga prodotta, e cada nel dimenticatoio?

Andrea: Questo è chiaro. Ma continuo a non comprendere perché distruggere un’opera d’arte.

X: Come per ogni cosa, ci sono tutta una serie di ragioni. Alcune opere sono orrende, e vanno distrutte. Non si può tollerare che al mondo esista qualcosa di orribile. Bisogna avere la responsabilità di fare cose belle. Qualcuno quindi deve prendersi il compito impopolare di ripulire il mondo di tutta la robaccia che non aggiunge niente alla storia dell’arte. Capisco che possa sembrare un compito poco simpatico.

Andrea: L’obiezione che qualcuno potrebbe muoverti è: chi sei tu per decidere se un’opera d’arte vada distrutta o meno?

X: Sono quello che ha rinunciato a soldi buoni per un’opera che magari non lo è. L’ho pagata, ti ripeto. Se io sono disposto a rinunciare al mio denaro per questo compito, non vedo dove sia il problema. Semplicemente, io accelero i tempi. Un’opera di scarso valore artistico comunque verrebbe… giustiziata dal tempo. E poi… va bene, è anche una questione personale. Sicuramente nel mio gesto c’è qualcosa che va al di là di ragioni puramente estetiche. Ma questa non è una seduta psichiatrica.

Andrea: Una nostra conoscenza comune ti ha presentato a me come un performer, più che come un collezionista. Cioè, il tuo distruggere le opere d’arte che acquisti può essere considerata un’azione artistica?

X: Sì, so che gira tra pochi intimi questa idea che io in qualche modo faccia dell’arte distruggendo dell’arte. E’ divertente, come cosa. Però non documento il processo, e non cerco pubblico. Sicuramente distruggere opere d’arte richiede tutta una serie di competenze. Le tele sono facili da eliminare, anche le fotografie. Le sculture, alle volte, danno più problemi. Ho uno spazio dove distruggo le opere. Faccio in modo che non ne resti traccia. La materia di cui sono fatte viene sminuzzata, bruciata, sciolta con acidi. Come dicevo prima, accelero il corso del tempo. Negli anni ho imparato tutta una serie di tecniche per fare in modo di non produrre alcuno scarto, se non un po’ di polvere che provvedo personalmente a disperdere.

Andrea: Da quanto tempo distruggi arte contemporanea?

X: Da dodici anni. Mio padre era un artista, e un collezionista. Ho distrutto anche alcune delle opere che ha comprato lui. Quindi da dodici anni distruggo opere d’arte acquistate da me, ma alcune le ho avute in eredità. Erano brutte. Mio padre aveva un ottimo senso estetico, credo che le avesse acquistate per fare un favore a qualche amico artista. Che ha continuato a produrre arte pessima… non è stata dunque una buona idea, quella di mio padre.

Andrea: E che cosa dicono gli artisti di quello che fai? Come reagiscono quando scoprono che hai distrutto le loro opere?

X: Non lo sanno. Cerco fin dall’inizio di non stringere rapporti troppo stretti con gli artisti delle opere che acquisto. Mi limito a comprare l’opera. Loro spesso cercano di mantenere buoni rapporti. Forse sperano che compri altre loro opere d’arte. D’altro canto, non mi è mai capitato che un artista mi chiedesse di rivedere un’opera che mi ha venduto. In italiano si dice “occhio non vede, cuore non duole”, giusto?

Andrea: Ti ringrazio per aver risposto alle mie domande. Aspetto il tuo consenso per pubblicare questo nostro dialogo.

X: Non mi interessa che la gente sappia quello che faccio. Però la cosa è divertente. Penso che ogni artista, alla prossima mostra, quando si troverà di fronte ad un collezionista che non conosce ma che vorrebbe acquistare una sua opera, si chiederà se sono io e che fine farà il suo capolavoro.

La trama della realtà

Ciascuno di noi, con le proprie scelte di conservazione, trasformazione e correlazione dell’informazione contribuisce alla tessitura della trama della realtà, per se stesso e per gli altri.

 

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La scultura proposta è assemblata con materiali scelti per rappresentare l’evoluzione umana e il suo rapporto con l’informazione: legno, stoffa, corda, metallo, carta stampata, cavi usb; dalla tradizione manuale del tessere gli indumenti – necessità di protezione ma anche rappresentativa dell’identità dell’individuo – attraverso la carta stampata fino all’attuale conservazione dell’informazione in forma digitale (e agli abiti digitali che ciascuno di noi indossa quando crea la propria identità in rete).

 

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Alla funzione estetica dell’opera si affianca una possibilità partecipativa da parte del pubblico: è possibile infatti collegare i propri computer portatili e dispositivi mobili ai cavi USB della scultura.

 

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In questo modo la scultura non è solo in chiave estetica ed emotiva, ma conserva al suo interno le informazioni e i materiali che l’hanno ispirata: queste stesse note, la data, il luogo e i nomi dei partecipanti al 45mo Congresso dell’Associazione Archivisti del Quebec.

 

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La trama della realtà
Installazione: legno, corda, fil di ferro, cotone, carta, cavo usb, memoria USB
Andrea Roccioletti, 2016
Rossella Ferrerro, Consultant & Photographer
Opera permanente per
“Consommer l’information”
de la gestion a la mediation documentaire
45 Congres, 13-14-15 Juin
Centre des Congres de Quebec

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Scatti in avanti – 8 di 16

In un libro fotografico in francese sul Parco dei Mostri di Bomarzo, datato 1950, trovo questo scatto: il fotografo ha fatto sdraiare una donna tra le fauci della bestia. Se la donna, ai tempi della fotografia, aveva – supponiamo – trent’anni, ogni ne ha novantasei. Mi auguro che sia ancora in vita, sono invece sicuro che il mostro sia ancora là. La vita basata sul carbonio è facile preda delle fauci del tempo. L’informazione contenuta nella materia inanimata è più duratura, al contrario quella conservata nel carbonio tende a disperdersi più facilmente; tuttavia trova negli esseri viventi il luogo ideale dove potersi trasformare. La fotografia sul libro mi offre un pacchetto di informazioni precise ed immutabili (al netto del lento decadimento della carta sulla quale è stampata); altra cosa sarebbe poter incontrare quella donna e chiederle, ad esempio, chi era il fotografo, che cosa ha fatto il giorno dello scatto in questione, perché si trovava lì… che cosa ricorda, quali erano le sue speranze allora, quali sono le sue speranze oggi.

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